La Pasta e la Storia di Gragnano - La rivoluzione e gli imprenditori

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Un altro maccarunaro la poneva sulle canne con i fili vicinissimi ma che non si dovevano toccare, pena la rottura, e poi la spasa all’aperto, la prima esposizione al sole pieno per solidificare la crosta superficiale e il successivo trasferimento negli scantinati o all’ombra dei cortili per il condizionamento, per evitare la “canniatura”che ne avrebbe determinato la rottura. Infine l’asciugaggio definitivo, quando possibile all’esterno dei pastifici, in strada, sui balconi o sulle terrazze, per intere settimane.
Ruolo fondamentale quello dello “spannatore” perché doveva regolare l’esposizione al sole, sentire l’umidità,
calcolare il verso delle brezze marine e di quelle montane, il pericolo delle piogge. Per facilitare la produzione di pasta, il Municipio organizzò a metà Ottocento l’allargamento della strada principale, per utilizzare al meglio l’esposizione al sole sull’asse Est-Ovest, ma anche l’orientamento del vento proveniente dal mare, che garantiva la giusta umidità. Fu progettata come una vera e propria gigantesca galleria del vento.
Ma non fu l’unico provvedimento che il Municipio emanò per favorire i pastifici: all’inizio dell’Ottocento si abolì il sistema delle concessioni a fabbricare pasta, che ne impediva la diffusione, ma fu resa un’attività aperta a tutti. Insieme all’abolizione delle corporazioni dei vemicellari e dei maccoronari, che impedivano a Napoli l’accesso di pasta non prodotta in città, fu la fortuna per i pastai di Gragnano, che incrementarono il loro numero da meno di 10 dell’inizio Ottocento fino a 100 al momento dell’Unità d’Italia, raggiungendo il numero massimo di 120 nel 1872.
Era nato un vero e proprio distretto industriale. L’arrivo di nuove tecnologie, determinò una veloce rivoluzione industriale, con la drastica riduzione a 40 pastifici nel 1901 ma con la stessa produzione dei 120 del 1872.
La meccanizzazione, dalle setacciatrici del grano alle impastatrici e gramole meccaniche, produsse una riduzione massiccia di manodopera, che comportò un flusso migratorio enorme, specie verso gli USA, ma vi furono anche, grazie alle prime lotte sindacali, miglioramenti salariali e di condizioni di lavoro per coloro che restarono.
Fino al 1915 la produzione dei pastifici di Gragnano fu assorbita dal mercato estero, specie americano. La perfetta asciugatura ne impediva danni e muffe nel lungo viaggio sulle navi a vapore dirette in America. Con l’entrata in guerra il governò proibì l’esportazione e a guerra finita, senza più le commesse dell’esercito, si presentava un quadro sconfortante. Gli americani si erano organizzati con enormi pastifici per fornire di pasta le loro truppe in Europa e ci vollero anni durissimi per riconquistare un minimo di mercato, aiutati in questo, ancora una volta, dal ruolo degli emigranti. Difficoltà si ebbero poi durante il fascismo per le sanzioni della Società delle Nazioni a seguito della guerra in Etiopia e dopo la seconda guerra mondiale per la mancanza di finanziamenti, che impedivano qualsiasi ammodernamento degli impianti e che misero in pericolo la stessa sopravvivenza dell’industria pastaia di Gragnano. Basti pensare che nella vicina Torre Annunziata, che vantava negli anni d’oro una produzione doppia rispetto a Gragnano, sopravvive oggi un solo artigiano.
Fu grazie alla caparbietà e all’orgoglio degli imprenditori pastai di Gragnano, se alcuni resistettero passando dai 40 opifici di prima della guerra a meno di 10. Ma quella ostinazione, quell’amore per il proprio lavoro, fu come una luce che rimase accesa nel buio. Pian piano si risalì la china, puntando non sulla quantità, impossibile da eguagliare, dei grandi complessi industriali del Centro-Nord Italia, ma sulla qualità, sull’eredità delle capacità professionali trasmesse da padre in figlio, e questo fece la differenza.

E’ giusto quindi oggi, che i pastifici sono diventati 20 e che produciamo il 5% della produzione nazionale, ma un 14% in fatturato esportato, nel celebrare quindi successi e primati, ricordare anche coloro che hanno reso possibile tutto questo, sacrificando il loro tempo, il loro danaro, la loro fatica, la loro passione per questo mestiere, fino a farne un’Arte, l’Arte Bianca di Gragnano.