La Pasta e la Storia di Gragnano

Indice articoli

La Pasta

Per secoli nell'incantevole scenario della Valle dei Mulini fotostoria6fotostoria7 fotostoria8gli abili mugnai gragnanesi hanno trasformato il grano in farina. L'aria e l'acqua di Gragnano, poi, hanno contribuito a realizzare (inventare) la pasta, in particolare i " maccaroni " , rendendo, la cittadina, famosa nel mondo. Le attrezzature utilizzate nel XVII secolo erano soprattutto il torchiofotostoria2, la statera e il mortaio, mentre il processo di lavorazione variava dai quattro agli otto giorni, in base all'umidità presente nell'aria e al periodo dell'anno. Oggi quasi tutti i pastifici sono automatizzati, nel senso che potenti e sofisticati computer regolano ogni fase della produzione. Attualmente una macchina è in grado di produrre ventidue quintali di "maccaroni" in un'ora, mentre un'impastatrice meccanica impiega appena mezz'ora per amalgamare la semola. Entrambe sono eredi di gramola e torchio. La prima era un coltello di legno, dotato di un manico lungo, che permetteva alla semola di essere lavorata fino a diventare elastica; la seconda era un cilindro contenente un pistone azionato da un'asse che premendo sulla pasta la faceva uscire attraverso la trafila. Inoltre il processo di lavorazione della pasta corta dura otto ore, invece il tempo di preparazione della pasta lunga si protrae per poco più di dodici ore. Sofisticati congegni evitano che, durante la lavorazione, la semola si sfibri e perda glutine. L'impiego dell'energia elettrica nel settore industriale determinò l'ammodernamento dei pastifici; nella maggior parte degli opifici i torchi furono accantonati per far posto a presse con motore elettrico; gli stessi mulini ad acqua cessarono man mano la loro attività, in quanto i più grossi pastifici si organizzarono con l'installazione di impianti idonei che permettevano loro di provvedere alla molitura diretta del grano necessario sia
per la lavorazione della propria pasta sia per la commercializzazione del residuo prodotto ad altre analoghe imprese. Fortunatamente la tanto decantata aria di Gragnano partecipa ancora alla creazione dell' "oro bianco" , come viene definito questo gustoso alimento. Infatti. la leggera aria umida permette la lenta essiccazione dei " maccaroni ". L'industria della pasta fu aiutata da ben 50 mulini ad acqua, i cui ruderi si possono ancora ammirare nella " Valle dei Mulini ". L'epoca d'oro della pasta di Gragnano fu l'Ottocento. In questo secolo sorsero grandi pastifici a conduzione non familiare lungo Via Roma fotostoria9 e Piazza Trivione fotostoria10 che diventaroro, cosi, il centro di Gragnano, dove i pastifici esponevano i " maccaroni " per l'essiccazione. Oggi gli antichi e leggendari "cammaroni", con martore, gramole e "ingegni" (torchi), hanno ceduto il posto ad ambienti e reparti dotati di sofisticate apparecchiature di controllo del processo produttivo per una maggiore standardizzazione della qualità. Ogni fase della lavorazione è, in effetti affidata, nei più moderni pastifici, a potenti computer che presiedono alla miscelazione degli sfarinati, controllano la fase di impasto e di trafilatura e verificano le condizioni ottimali di umidità, temperatura e ventilazione della fase di essiccazione in perfette condizioni termo-igrometriche in modo da preservare tutte le qualità organolettiche e nutrizionali. La tradizione e l'esperienza, quindi, a guida della nuova tecnologia. E proprio questo è il segreto della pasta di Gragnano fotostoria1fotostoria3fotostoria4 che, ha voluto e saputo conservare la naturalezza e il buon sapore del passato. Per questo motivo vengono adoperate ancora le trafile in bronzo fotostoria5 capaci di assicurare la rugosità tipica delle paste meridionali, di garantirne la perfetta tenuta di cottura, di attaccarsi ai sughi e di esaltarne il sapore. In oltre due secoli di produzione, sono stati creati numerosi formati, grazie alla abilità di creare nuove trafile per differenziare la pasta. Accanto a quelli tradizionali e maggiormente diffusi, l'abile estro fantasioso dei mastri trafilai ha saputo inventare, nel tempo, decine e decine di nuovi formati più complessi, curiosi, divertenti e accattivanti. La classificazione è, e resta, quella a tutti nota che vede affiancarsi pasta lunga e pasta corta, la pasta a sezione piena con la pasta bucata. Un cenno particolare lo meritano, però, i formati speciali da sempre rigorosamente trafilati al bronzo. Se la trafila è costituita in bronzo (anche nelle parti forate attraverso cui passa l'impasto), la ruvidità della superficie del metallo viene trasmessa come un'impronta alla superficie della pasta che si è formata e tale ruvidità si conserverà durante l'essiccazione e la cottura della pasta.
Inoltre, per venire incontro alle esigenze degli operatori della ristorazione, come le catene alberghiere e la refezione scolastica, i pastifici hanno preparato determinati tipi di pasta con caratteristiche tecniche specifiche. Con apposite campagne pubblicitarie stanno promuovendo diversi formati particolari e cioè: vermicelli, rigatoni romani, mezzi rigatoni romani, penne ziti, genovesi, mezzi canneroni, gnocchetti sardi, mezzanrlli tagliati, pepe, ziti tagliati, ditalini, tofe, ecc... Nella produzione di questi formati sono adoperate semole speciali e trafile di spessore più doppio per ovviare i problemi di cottura, determinati dalla grande quantità da preparare per il consumo.

 


La Storia

In un mazzetto di spighe, simbolo dei pastifici, è racchiusa l'intera storia di Gragnano. La produzione dei "maccheroni", per uso non prevalentemente familiare, si è sviluppata tra il XVI e il XVII secolo. La macinazione del grano per la trasformazione in farina, si pratica in modo sempre maggiore a Gragnano, grazie all'efficienza del sistema idraulico (molino con macine in pietra a palmenti). Una trentina di mulini vengono costruiti tra la fine del Cinquecento e il primo decennio del Seicento dalla famiglia Quiroga, proprietaria delle acque e delle canalizzazioni, che scorrono in una stretta valle (torrente Vernotico). Sul finire del Seicento, il centro cittadino di Gragnano si spostò dal casale Castello a Caprile troppo isolati e poco adatti al commercio coi centri limitrofi, a piazza San Leone e al Trivione. In quest'ultimo quartiere veniva acquistato il grano che giungeva, per lo più, dal Tavoliere delle Puglie via terra e dalla Sicilia via mare. La fabbricazione della pasta non è praticata in questo momento in fabbriche, ma in semplici botteghe artigiane ed è ancora un'attività secondaria, rispetto alla molitura. Tuttavia negli ultimi decenni del XVIII secolo, avviene il passaggio dalla bottega artigiana all'opificio, con un numero maggiore di addetti, con torchi a vite di legno e martore più grandi e soprattutto con la costruzione di locali di grandi dimensioni indispensabili per l'asciugatura di cospicue quantità di prodotto all'interno e non più solo all'aria aperta. La produzione della pasta esce quindi dal ristretto ambito della manifattura familiare e si trasforma in attività industriale (proto-industriale). Pian piano si affermarono gli operai specializzati che, nel nostro caso, erano gli "spannatori", cioè coloro che tagliavano i maccheroni e li stendevano su canne, e gli "aizacanne", uomini particolarmente abili che portavano la pasta in mano senza farla incollare. Con la rivoluzione partenopea del 1799 e i susseguenti avvenimenti la produzione dei maccheroni subì una brusca battuta d'arresto dal momento che le soldataglie sanfediste, acquartierandosi nei pastifici, bruciarono torchi e madie di legno per riscaldarsi.
Dopo la restaurazione borbonica, però, Gragnano si rimette di nuovo all'opera, anche se nel 1841 la lavorazione e la vendita dei maccheroni subirono un' ulteriore brusca battuta d'arresto, causata dalla rovinosa frana del 21 gennaio, staccatasi dal monte Pendolo. Lo smottamento bloccò numerose strade, tra cui quelle che collegavano piazza Trivione e la Conceria. I carri, sui quali veniva trasportato il grano, non riuscivano più a raggiungere i pastifici. Gli industriali del settore alimentare, però, diedero prova di spiccato senso civico pagando, volontariamente, una gabella di 10 grana per il transito di ogni carretta. Nel decennio che precedette l'Unità d'Italia, l'economia di Gragnano si reggeva quasi esclusivamente sui circa cento pastifici esistenti: qui si producevano quotidianamente circa mille quintali di maccheroni. Bisogna sottolineare che in questo periodo la pulizia delle strade non era curata dal Comune ma dagli stessi industriali che, erano abituati e sentivano la necessità di far essiccare la pasta lunga all'aria aperta. Gli architetti ridisegnarono la "strada dei maccheroni" affinché i palazzi non ostacolassero le delicate fasi della lavorazione. Addirittura furono determinate a tavolino la larghezza della sede stradale e in relazione all'altezza degli edifici in modo che i maccheroni potessero godere al massimo della luce e del calore del sole a ogni ora del giorno. In seguito alla nascita del Regno d'Italia, i pastifici cittadini conquistarono una nuova e interessante fetta di mercato: il Nord. E proprio per questo gli industriali chiesero alle Autorità competenti di dotare Gragnano di una nuova linea ferroviaria, con stazione di carico e scarico merci, che venne inaugurata nel 1885. Durante il primo conflitto mondiale i pastifici di Gragnano non conobbero battute d'arresto anzi lavorarono a pieno ritmo, incrementando addirittra il loro fatturato. Le prime avvisaglie di crisi arrivarono nel 1935 quando Benito Mussolini, dando vita alla battaglia del grano, decretò la produzione autarchica. Per questo motivo le industrie gragnanesi entrarono in una fase di stallo giacché non riuscivano quasi più né a esportare la loro pasta né a importare il grano ucraino o americano. La seconda guerra mondiale acuì la latente crisi e numerose aziende, a causa della concorrenza nazionale, furono costrette a chiudere i battenti ponendo fine a un'attività secolare.


Gragnano è una cittadina ha poco meno di 30.000 abitanti su un territorio di 14 Kmq, posta sul confine Sud della Provincia di Napoli, sulle prime balze dei Monti Lattari, che dividono i due versanti della Penisola Sorrentina.

La fertilità vulcanica del terreno agricolo ha dato luogo ad una grande varietà ed unicità organolettica dei propri prodotti sin dall’epoca sannita e poi romana. Oggi i numerosi riconoscimenti di marchi europei di qualità e di tutela, ben sei, ne fanno un punto di eccellenza agroalimentare europea, una vera e propria ambasciatrice della Dieta Mediterranea nel mondo: l’IGP per la Pasta, il DOC per il vino, i DOP per 2 formaggi, l’olio extra vergine di oliva ed i pomodori.


Come scrisse Maria Orsini Natale nel suo romanzo "Francesco e Nunziata", già nel nome Gragnano portava il segno premonitore del grano, derivato dalla famiglia romana Grania, che commerciava e lavorava il grano, per i forni del pane, ma anche per le lagane, le prime lasagne di cereali di cui si ha memoria dagli autori classici romani.

Numerosi anche i ritrovamenti di pane fossilizzato dall’eruzione vesuviana del 79 d.C, marcato dalla G della gens Grania, sia a Pompei che ad Ercolano. Dopo la Guerra Sociale, con la quale i Romani sconfissero nell’89 a.C. i Sanniti che abitavano la fertile pianura e le colline che la sovrastavano, tutto il territorio fu colonizzato con Villae Rusticae, ossia fattorie fino al Sarno, mentre sopra il costone di tufo che allora lambiva il mare, in un panorama spettacolare, furono costruite Villae di Otium, dove i ricchi romani, anche appartenenti alla famiglia imperiale, venivano per periodi di relax. Alle spalle di queste Villae, riccamente decorate, vi era l’abitato civile, di origine sannita ma che fu trasformato con le tipologie urbanistiche classiche romane, con il foro, i templi, le strade lastricate. Tutto fu distrutto e sepolto dalle ceneri e lapilli dell’eruzione del 79 e conservate per 17 secoli, fin tanto che i Borbone di Carlo III non cominciarono gli scavi nella seconda parte del Settecento, estraendone affreschi e oggetti di arte e ricoprendoli di terra, tanto che alcune delle ville scoperte non sono state tuttora ritrovate. Lo stesso centro abitato di Stabia, stimato di
45.000 mq è ancora sepolto.
E’ significativo sottolineare che le 50 fattorie romane individuate sul nostro territorio, probabile centuriazione per i legionari di Silla, erano dedite a coltivazioni intensive di viti e olive da trasformare nei prodotti agricoli più remunerativi all’epoca: vino e olio. Né mancavano le piccole macine per i cereali.


Dopo 2.000 anni l’economia di Gragnano è basata ancora su questi stessi elementi, tanto da averne ottenuto il riconoscimento di marchi di tutela europei, l’IGP per la pasta, il DOC per il vino, il DOP per l’olio extra vergine d’oliva.

Per la verità Gragnano ha anche altri marchi riconosciuti, due per i formaggi e uno per i pomodori, tanto da farne probabilmente il paese europeo con più riconoscimenti di prodotti di eccellenza agroalimentare. Ha quindi i numeri e la qualità per ambire al ruolo di ambasciatrice della DIETA MEDITERRANEA nel mondo, che come è noto è stata gratificata dall’UNESCO come Patrimonio Immateriale dell’Umanità.
Come una filosofia di vita, derivata da ancestrali abitudini alimentari, ma che qui da noi è possibile toccare con mano e, soprattutto, gustare.
E’ vero che partiamo avvantaggiati: quando si pensa o si guarda un piatto di pasta, si è già come appagati, esso trasmette sensazioni di allegria e di serenità. Ma non c’è niente di magico, come sosteneva invece il
Mago in Leggende Napoletane di Matilde Serao, sull’invenzione della pasta. Tutto è dovuto alla serotonina,
un neurotrasmettitore, prodotto dagli aminoacidi dei carboidrati, che rappresentano poco più del 70% nella composizione della pasta, che svolge nell’organismo un’azione antidepressiva dando un senso di ottimismo e appagamento.

La pasta è apparentemente semplicissima da produrre, solo due sono gli elementi: la semola di grano duro e l’acqua. Due tra gli elementi più facili da procurare in natura ma che devono fare la differenza qualitativa per essere vincenti. Il grano duro, derivato dal farro, sembra un prodotto povero, ma le sue origini risalgono ad almeno 7 milioni di anni fa, quando due graminacee si unirono ad una pianta erbacea, dando origine ad una nuova specie. Circa 12.000 anni fa gli uomini la domesticarono, conservando e selezionando i semi migliori. Il recente sequenziamento del genoma del grano duro (Triticum Durum) ha rivelato una lunga catena del DNA, numerosi cromosomi (l’uomo ne ha solo due), ben 80.000 geni (il corpo umano pur nella sua complessità ne ha solo 20.000). Questi geni hanno fatto sopravvivere il grano in condizioni difficilissime, dando gli impulsi per combattere le malattie o le varie difficoltà ambientali come la siccità, il troppo freddo o il troppo caldo, e per garantire il contenuto proteico necessario all’umanità. I Gragnanesi conoscevano bene i vari tipi di grano, perché per 800 anni lo hanno macinato nella Valle dei Mulini. Fornivano la farina per i forni di Napoli, il pane era infatti l’alimento principale dei napoletani e la semola per la pasta, anch’essa molto usata a partire dal XVI sec, quando i napoletani da mangiafoglie divennero mangiamaccheroni. E questa profonda conoscenza è stata fondamentale quando si doveva scegliere il grano che meglio si prestava alla trasformazione in pasta.
Miscelato con l’acqua cristallina che sgorgava e, per fortuna lo fa tuttora, dai Monti Lattari, dava un ottimo prodotto che tiene la cottura, impedisce la formazione di muffe, gli dà un sapore e un profumo unico. Ecco perché nel disciplinare della Pasta di Gragnano IGP, l’acqua è l’elemento principe che lo lega al territorio. E’ stata ed è tuttora la vera ricchezza di Gragnano, basti pensare che il suo acquedotto fornisce un enorme bacino di utenza, tutta la Penisola Sorrentina, Capri compresa, e dall’altro lato fino Vesuvio. Il disciplinare prevede, tra altri obblighi, quello della lavorazione sul posto, che non è solo la garanzia della tipicità del prodotto, ma va considerato come un riconoscimento alla sapienza delle maestranze locali. Se non ci fosse stata la capacità e la creatività di imprenditori pastai coraggiosi e di maestranze innamorate del loro lavoro, che hanno trasmesso da una generazione all’altra per secoli i loro segreti, non avremmo avuto questo miracolo alimentare.


 

Quindi accanto al grano e all’acqua, va necessariamente riconosciuto il ruolo del lavoro.

Ma a Gragnano quando è cominciata questa avventura? Sappiamo che nel corso del XII secolo in diversi documenti si fa cenno alla produzione di pasta seccata: in Sicilia, in Liguria, Toscana, Sardegna, ma anche in Spagna e a Marsiglia. E a Gragnano? Abbiamo un indizio. In quello stesso secolo, intorno al 1180, il nostro feudatario Giovanni Ferrario, magister della Scuola Medica Salernitana, consiglia in un trattato medico sulle febbri tifoidee di mangiare vermicelli ben cotti. Non possiamo sapere se fu lui a insegnare ai gragnanesi l’arte della pasta o se furono i gragnanesi a fargliela conoscere. Certo è che il consiglio medico di mangiarla ben cotta, ci fa capire che anche allora la pasta si gustava al dente. Quest’abitudine nasce dalla maggiore digeribilità della pasta al dente, ovviamente di semola di grano duro, in quanto è più facilmente attaccabile dai succhi gastrici e si rende velocemente disponibile per dare energia all’organismo. E’ per questo che gli atleti mangiano pasta prima delle loro performance, ovviamente con le dovute moderazioni nella quantità, max 70gr a pasto, ma anche nell’abbinamento dei condimenti, quindi poco olio extra vergine di oliva e pomodoro, al massimo con una spolverata leggera di formaggio. E siamo ritornati agli ingredienti della Dieta Mediterranea.

Gragnano, al di là della querelle sull’antica e non importante primogenitura dell’invenzione, ha avuto invece un ruolo importante nella conoscenza a livello nazionale e internazionale della pasta, fin da quando gli emigranti dell’Ottocento e del primo Novecento, si portavano avvolta nei maccaturi colorati, la pasta insieme alle foto di famiglia e a qualche capo del corredo. Furono loro a farla conoscere in tutto il mondo. Ma non fu un’impresa difficilissima, perché la pasta si presta ad utilizzare come abbinamento i prodotti delle culture alimentari più svariate. Per questo ogni anno aumenta la percentuale di chi pranza con la pasta. E per questo produciamo tanti tipi di formati, ma anche perché noi stessi, per tradizione, siamo molto esigenti e per ogni condimento pretendiamo un formato particolare. A Gragnano se ne producono oltre duecento diversi e nel corso dei secoli sono stati anche il doppio. I nuovi formati fanno spesso tendenza e i gourmet e i ristoranti alla moda di tutto il mondo non possono più fare a meno di inserire nei loro menù piatti con la pasta di Gragnano.

Quando si vedono, sui magazine e sui social, questi piatti così ben preparati, con condimenti costosi e apparecchiati con gran gusto, in locali splendenti di luci e di bella gente, quasi come opere d’arte, la mente dei gragnanesi di origine ritorna ai maccarunari del settecento e dell’Ottocento che pigiavano con i piedi la miscela di semola ed acqua, appoggiandosi ad una semplice fune, poi ponevano il primo impasto sulla

tavola della gramola, usando una lunga stanga per amalgamarlo, e solo dopo aver saggiato con la masticazione la consistenza dello stesso, lo introducevano della “campana” dove veniva pressato attraverso l’ingegno azionando un’altra stanga, sempre con la forza delle braccia di più uomini, che spesso si aiutavano con la fronte.
Da qui il proverbio gragnanese “tengo i calli in fronte”per far capire la durezza del loro lavoro. Finalmente
usciva attraverso la trafila posta alla base dell’ingegno, e un tagliatore ne regolava la lunghezza e un altro con un ventaglio di paglia ne bloccava l’allungamento raffreddandola in fretta.


Un altro maccarunaro la poneva sulle canne con i fili vicinissimi ma che non si dovevano toccare, pena la rottura, e poi la spasa all’aperto, la prima esposizione al sole pieno per solidificare la crosta superficiale e il successivo trasferimento negli scantinati o all’ombra dei cortili per il condizionamento, per evitare la “canniatura”che ne avrebbe determinato la rottura. Infine l’asciugaggio definitivo, quando possibile all’esterno dei pastifici, in strada, sui balconi o sulle terrazze, per intere settimane.
Ruolo fondamentale quello dello “spannatore” perché doveva regolare l’esposizione al sole, sentire l’umidità,
calcolare il verso delle brezze marine e di quelle montane, il pericolo delle piogge. Per facilitare la produzione di pasta, il Municipio organizzò a metà Ottocento l’allargamento della strada principale, per utilizzare al meglio l’esposizione al sole sull’asse Est-Ovest, ma anche l’orientamento del vento proveniente dal mare, che garantiva la giusta umidità. Fu progettata come una vera e propria gigantesca galleria del vento.
Ma non fu l’unico provvedimento che il Municipio emanò per favorire i pastifici: all’inizio dell’Ottocento si abolì il sistema delle concessioni a fabbricare pasta, che ne impediva la diffusione, ma fu resa un’attività aperta a tutti. Insieme all’abolizione delle corporazioni dei vemicellari e dei maccoronari, che impedivano a Napoli l’accesso di pasta non prodotta in città, fu la fortuna per i pastai di Gragnano, che incrementarono il loro numero da meno di 10 dell’inizio Ottocento fino a 100 al momento dell’Unità d’Italia, raggiungendo il numero massimo di 120 nel 1872.
Era nato un vero e proprio distretto industriale. L’arrivo di nuove tecnologie, determinò una veloce rivoluzione industriale, con la drastica riduzione a 40 pastifici nel 1901 ma con la stessa produzione dei 120 del 1872.
La meccanizzazione, dalle setacciatrici del grano alle impastatrici e gramole meccaniche, produsse una riduzione massiccia di manodopera, che comportò un flusso migratorio enorme, specie verso gli USA, ma vi furono anche, grazie alle prime lotte sindacali, miglioramenti salariali e di condizioni di lavoro per coloro che restarono.
Fino al 1915 la produzione dei pastifici di Gragnano fu assorbita dal mercato estero, specie americano. La perfetta asciugatura ne impediva danni e muffe nel lungo viaggio sulle navi a vapore dirette in America. Con l’entrata in guerra il governò proibì l’esportazione e a guerra finita, senza più le commesse dell’esercito, si presentava un quadro sconfortante. Gli americani si erano organizzati con enormi pastifici per fornire di pasta le loro truppe in Europa e ci vollero anni durissimi per riconquistare un minimo di mercato, aiutati in questo, ancora una volta, dal ruolo degli emigranti. Difficoltà si ebbero poi durante il fascismo per le sanzioni della Società delle Nazioni a seguito della guerra in Etiopia e dopo la seconda guerra mondiale per la mancanza di finanziamenti, che impedivano qualsiasi ammodernamento degli impianti e che misero in pericolo la stessa sopravvivenza dell’industria pastaia di Gragnano. Basti pensare che nella vicina Torre Annunziata, che vantava negli anni d’oro una produzione doppia rispetto a Gragnano, sopravvive oggi un solo artigiano.
Fu grazie alla caparbietà e all’orgoglio degli imprenditori pastai di Gragnano, se alcuni resistettero passando dai 40 opifici di prima della guerra a meno di 10. Ma quella ostinazione, quell’amore per il proprio lavoro, fu come una luce che rimase accesa nel buio. Pian piano si risalì la china, puntando non sulla quantità, impossibile da eguagliare, dei grandi complessi industriali del Centro-Nord Italia, ma sulla qualità, sull’eredità delle capacità professionali trasmesse da padre in figlio, e questo fece la differenza.

E’ giusto quindi oggi, che i pastifici sono diventati 20 e che produciamo il 5% della produzione nazionale, ma un 14% in fatturato esportato, nel celebrare quindi successi e primati, ricordare anche coloro che hanno reso possibile tutto questo, sacrificando il loro tempo, il loro danaro, la loro fatica, la loro passione per questo mestiere, fino a farne un’Arte, l’Arte Bianca di Gragnano.


Hanno scritto su Gragnano e i suoi maccheroni:

Armando Liguori: Bordo Lama del vento

Quante volte avverto il tuo richiamo e non so dire che tempeste infuriano dentro:
voci, suoni, rumori ….. sapori che vincono il tempo, la lama del vento
costante
che lacera il viso d’inverno.
Volti sgualciti dal troppo lavoro, portoni deserti,
cortili evitati dal sole, botteghe provviste
di povere cose.

Allora una vecchia Singer pedalava veloce …,
un martello, su un tondo massello di bronzo, incideva stampi
per spaghetti e zitoni,
una croce gigante di legno chiamava silente i passanti.

A sera,voci ansiose di mamme assillanti
chiamavano i figli a raccolta.